mercoledì 30 novembre 2022

CLAN-DESTINI

Le parole cadono sul lenzuolo; consonanti e vocali fioccano dal nulla danzando lievi nell'aria. Dalla finestra entra una lama di luce che le fa brillare, mentre si depositano sul letto come fosse il foglio bianco di un quaderno. 

Mi mordo la lingua per cercare di svegliarmi. Il sapore dolce del sangue mi convince che non sto sognando; le lacrime mi appannano la vista, le parole si deformano assieme alla stanza. Mi asciugo gli occhi e leggo frasi che raccontano una storia di un altro tempo.

La mente corre alla cena di ieri: mezzo bicchiere di Pinot bianco non può avere un tale effetto allucinogeno.

La camera dell'hotel non ha nulla di insolito, né tantomeno di magico.  La prenotazione prevedeva una doppia uso singola. Il letto è comodo. Le pareti sono beige, l'armadio è di legno chiaro. Sul soffitto c'è una plafoniera anni sessanta color acqua marina, sul comodino, una abat-jour della stessa tonalità. Sopra a un tavolino c'è una piccola televisione nera. La finestra è protetta da una leggera tenda di organza.  Appoggiati sul comodino ci sono anche il telecomando della TV e un telefono. Nient’altro. Nessuna telecamera, niente proiettori, nessun marchingegno strano. Eppure le parole continuano a comporsi sul lenzuolo, oppure si limitano a girarmi attorno; giusto il tempo per leggerle, prima di svanire.  

Tutto è iniziato con una specie di nuvoletta sospesa sopra al letto. Pensavo fosse del vapore, ma non riuscivo a comprenderne la provenienza. Mentre lo osservavo, curiosa, ha iniziato a scomporsi fino a diventare, sillaba dopo sillaba, una frase. 

 

Ti prego di non urlare, svenire o fare qualsiasi altra cosa che ti passa per la mente. Segui solo il mio pensiero che ti arriva come fosse un messaggio scritto. Io cercherò di farti capire, magari non tutto, ma quanto potrà bastare a non farti credere di essere impazzita. 

 Sono vivo. Ma sono passati mille anni!

 

 

Scosto la tenda e guardo fuori: non vedo nulla di strano; le auto creano un serpentone lungo e noioso, il cielo è coperto da nuvole cariche di umidità che promettono pioggia, ma non attenuano la calura dalla quale questa stanza, priva di aria condizionata, non riesce a proteggermi. Grondo di sudore. Niente può dare un senso a quello che sta succedendo.

Resto immobile davanti al letto, mentre nuove parole scendono. 

 

Se stai leggendo il mio pensiero comprenderai che quello che abbiamo sperato è successo davvero!

 

Tolgo lo sguardo dal lenzuolo, provo a fissare il muro e poi il pavimento. Le frasi vanno dove guardo. Chiudo gli occhi per qualche istante; quando li riapro mi accorgo che si sono fermate, attendendo immobili fino a quando ricomincio a leggerle.

Vado in bagno e mi chiudo dentro. Testa sotto al rubinetto, acqua fredda che scorre. Mi sfrego gli occhi, sciacquo la bocca, mi pettino; poi mi dò due schiaffi sulle guance. Rientro in camera. I capelli gocciolano sul pavimento, le sillabe sul letto.

Cerco altre spiegazioni plausibili, mentre attendo che tutto finisca. 

La stanza è un forno, ma fuori è anche peggio. 

Sono le otto di una mattina che prevedeva unicamente il mio ritorno a casa. Ho trascorso la notte con la finestra spalancata, indossando solo la biancheria intima, ma non è servito a nulla; non ho quasi chiuso occhio. 

Sono arrivata ieri sera, dopo un volo di circa due ore; al ristorante della pensione ho consumato una cena leggera: petto di pollo e un’insalata mista. Ho bevuto pochissimo. Sono salita in camera verso le dieci, anzi le ventidue; ho trascorso un’ora a rivedere i miei appunti, prima di stendermi sul letto. Poi è stata una battaglia contro il caldo e il sonno che non voleva arrivare.

 

Se invece stai immaginando di vedermi apparire, sappi che il teletrasporto non esiste ancora; ma quello che qui è normale oggi, per te è solo fantascienza. Io stesso ci capisco pochissimo. 

Comunque, anche se non in un modo per te convenzionale, ti vedo. Ma solo quando leggi miei pensieri.

 

Mi allontano dal letto e mi infilo la vestaglia. Sento le guance avvampare e so che non dipende dall'afa. 

Di solito non ho problemi a mostrarmi svestita, ma questa situazione è decisamente imbarazzante. Torno in bagno, mi dò una sistemata ai capelli, un filo di trucco sugli occhi e il lucida labbra rosa; ancora un'occhiata allo specchio, dove la mia faccia si vede a malapena, coperta da quelle parole assurde che cambiano colore per adattarsi alla superficie dove si appiccicano. Rientro in camera. Mi sento una stupida, ma meno nuda.

 

Questo mondo è avvolto dal silenzio. 

Quando mi hanno riportato in vita ho creduto di essere sordo. Una sensazione simile a quello che si prova quando ci si immerge nel mare. Ero circondato da persone che comunicavano tra loro, eppure non parlavano; erano gli occhi e le espressioni dei loro visi a rivelarlo, mentre mi osservavano, mi studiavano e mi sondavano con apparecchiature sconosciute. I gesti e gli sguardi rendevano evidente che stessero interagendo, ma io non sentivo nulla. Non avevo idea di dove mi trovassi, ma capii subito che dovevano essere trascorsi moltissimi anni, perché nulla sembrava appartenere al nostro tempo.

Provai a urlare! La mia voce la sentivo benissimo, ma quelli continuavano a osservarmi in silenzio. Dopo alcuni giorni, una donna iniziò a parlarmi.

 Si chiama Hope. Non credo sia veramente il suo nome, ma solo un termine per me comprensibile. È bionda, perfetta come tutti i suoi simili. Sembra una trentenne, ma forse ha molti più anni. È gentile ed estremamente paziente.

 

Prendo il cellulare dalla borsetta per chiamare il mio capo, ma mi blocco immediatamente. Già, cosa gli dico? “Ciao Alberto, cosa ne pensi se al posto dei clandestini ti porto un'intervista a un alieno? Uno che mi sta scrivendo dal futuro”.

Potrei chiamare la reception, ma temo di far svanire questo prodigio che mi affascina, anche se mi spaventa. 

 

Ho cercato di avere notizie sul mio risveglio, sulla fase di decongelamento e di ripristino delle funzioni vitali; mi hanno risposto che è una procedura semplice. Al momento non ritengono necessario darmi ulteriori spiegazioni; hanno altre priorità. La mia riabilitazione prevede attività fisica, lettura, visione di programmi che mi consentiranno di comprendere l’evoluzione della terra durante i secoli che ho trascorso immerso nell’azoto liquido. Mentre loro mi studiano li tempesto di domande. 

“La telepatia ha cancellato il linguaggio, solo con te parliamo normalmente”. Mi ha detto Hope. “È l’unica cosa che ho capito”. Le ho risposto.

Per loro sono una specie di cavernicolo; cercano di spiegarmi tutto come fossi un bambino, o forse un cucciolo. Lo fanno utilizzando la mia lingua, senza fretta e con infinita pazienza: per loro sono l’equivalente di un animale parlante. 

 

Eppure ci deve essere una spiegazione. Forse la stanza è stata utilizzata per girare un film di fantascienza. Ci deve essere qualche macchinario nascosto che non hanno ancora tolto.

La camera me l'ha prenotata il capo redattore. Dopo una trattativa durata alcuni mesi, mi ha finalmente autorizzato la trasferta a Lampedusa. Un budget povero: volo in classe economica, uno scooter per gli spostamenti; alloggio in pensioncina a due stelle; simile a questa. Qui ci avevo già pernottato la notte prima del volo di andata, ma una settimana fa la temperatura era gradevole. 

Volevo così tanto realizzare questo servizio, che avrei accettato anche di girare a piedi e dormire in un sacco a pelo. Ci ho lavorato con passione, ho attraversato l'isola in lungo e in largo intervistando chiunque incontravo; compreso uno scafista. Le solite frasi per giustificarsi: «Ho bisogno di soldi... mi hanno costretto...»

CLAN-DESTINI” dovrebbe garantirmi riconoscimenti importanti. Non il Pulitzer; anzi spero di sì. Quando ho iniziato questo mestiere, ventidue anni fa, non pensavo ad altro. Il mio fidanzato di allora si stancò in fretta di sopportare i miei non orari. Le storie che sono seguite, non hanno mai superato la soglia mensile. Ora, a quarantacinque anni, con l'orologio biologico che completa gli ultimi giri di una fertilità non utilizzata, ho ancora quel premio come sogno nel cassetto.

Apro di scatto quello del comodino; ci deve essere qualcosa, nascosto da qualche parte, che spieghi quello che sto vedendo: frasi che raccontano una storia fantastica. Il formato è “Times New Roman 12, corsivo”.

 

Stanno cercando di attraversare la barriera del tempo attraverso il pensiero. Dicono di avere avuto riscontri relativi a connessioni mentali con ricordi di un passato recente, ma con l’affievolirsi della memoria, la possibilità di comunicare si esaurisce. Ecco perché io sono importante per i loro esperimenti: i miei ricordi, vecchi di mille anni, nella mia testa sono come fossero di ieri. Insomma sono la cavia di un progetto straordinario. 

 

 

 

Quando sono nervosa non riesco a trattenere la pipì.

Seduta sulla tazza cerco di capire chi mi può aver organizzato questo scherzo e dove sta il trucco; ma proprio non ci riesco. Non mi resta che stare al gioco. Prima o poi lo scoprirò.

 

C’è una stanza trasparente: è il loro primo prototipo che permetteva a due persone la trasmissione del pensiero. 

 Una gigantesca cabina telefonica nella quale entro da qualsiasi lato senza che ci siano porte da aprire. Una materia che attraverso e si sigilla immediatamente dopo il mio passaggio. Hope mi ha chiesto di ripensare a noi, agli ultimi giorni che abbiamo vissuto assieme: loro percepiscono i miei pensieri. Condividere la nostra intimità con degli estranei, è imbarazzante, anche se Hope la considero un’amica.

 

Forse sto entrando in menopausa. So che può dare effetti collaterali.

 

Dicono che la mente tende a cancellare, o almeno modificare, gli episodi tristi, perché nessuno vuole riviverli, e questo rende quasi impossibile il contatto. Mi devo concentrare solo sui momenti felici, come quelli che abbiamo trascorso in quella piccola camera. 

Nella mia cabina sta succedendo qualcosa di insolito: fasci di luce colorata mi girano attorno a grande velocità. Dovrebbe significare che tu mi stai percependo.

Ho un disperato bisogno di credere che sia vero! 

 

“Ciao mamma, sì sto bene. Mi sono svegliata da poco. Ti avrei telefonato io, fra un po'. Sì, il viaggio è stato tranquillo. No, nessuna turbolenza. Non sono nervosa, è solo che sto finendo un lavoro. Sì, ti richiamo io”.

.

Avrai capito che non è che io ti veda come tu puoi immaginarlo. So che nella camera numero ventisei, della pensione Orchidea, c’è qualcuno che percepisce quello che sto pensando. 

 

In piedi, paralizzata davanti al letto della camera numero 26 della pensione Orchidea, leggo questo fluire di frasi travolta da emozioni che si sovrappongono. Tra incredulità ed esaltazione, l’unica cosa che mi appare abbia un senso è che non sono io la destinataria delle parole che continuano a scendere; ma mi ci tuffo dentro.

 

Forse fra qualche secolo sarà possibile viaggiare anche fisicamente, attraverso il tempo. Se avessero aspettato ancora, prima di riportarmi in vita, sarei potuto tornare lì, assieme a te.

 

Non so cosa avrei pensato se mi fossi svegliata con uno sconosciuto accanto a me. Uno scongelato che arriva dal futuro non riesco proprio a immaginarlo. 

 

Provo a immaginare quello che stai pensando. Sono certo che credi a quello che ti sta accadendo perché hai sempre avuto una fiducia incrollabile verso la scienza e la ricerca.

 

Veramente io sono una giornalista e diffido di tutto. Salvo prove e controprove!

 

Non so da dove cominciare, per farti capire com’è cambiato il mondo.  Ci sono piante con foglie enormi in grado di produrre maggior quantità di ossigeno. Ci sono animali bizzarri, nati da incroci tra le specie più differenti. 

Una mattina mi sono svegliato perché sentivo qualcosa muoversi sui miei piedi. Era Egizio! Il nostro gatto pelato; inconfondibile con quella curiosa cicatrice sull’orecchio. Era sul mio letto. 

Ti ricordi quanti pianti ti sei fatta quando quello stupido cane lo ha morso? Averlo qui mi è stato di grande conforto. Sembrava anche lui contento di vedermi: ha iniziato a starmi appiccicato e fare qualsiasi cosa gli chiedessi.  Poi ho scoperto che solo un giocattolo, anche se appare perfetto e vivo. 

I bambini possono giocare con cagnolini che hanno i colori dei pappagalli, con gatti con la testa di una formica e altre stranezze simili.

Gli animali non sono ammessi nelle aree urbane; vivono in riserve protette.

 

Le gambe mi tremano, le mani anche peggio; ricopiare sul notes quello che sto leggendo è l’unico modo sensato per convincermi che non sono dentro a un sogno. Partecipo a questo gioco di magia e mi sento come quando da bambina sono andata a vedere il circo.

Stupore e incredulità fanno a pugni con la voglia di credere che sia tutto vero.

 

 L’ambiente dove mi trovo può cambiare aspetto a mio piacimento: diventare una spiaggia sulla riva di un mare placido, con il rumore delle onde che si infrangono vicino ai miei piedi. Può diventare un prato pieno di fiori, o un sentiero nel bosco; ne sento il profumo, mentre la temperatura cambia tra zone d’ombra e quelle assolate. È tutto artificiale, ma non proiettato su uno schermo. È una realtà virtuale perfetta, ma sono sempre dentro alla stessa stanza. Tutto serve per farmi sentire a mio agio; a parte il cibo che è quasi sempre liquido, ma ci posso aggiungere i sapori che preferisco. Loro trovano che sia squisito, ma una bevanda al sapore di fiorentina, credimi, fa schifo. Mi danno anche delle cose solide da masticare, che però non devo ingerire. Servono per mantenere sani i denti. Le persone che mi circondano hanno due linee bianche luccicanti: denti finti, solo per estetica. 

 

Quest’anno dal dentista ci ho lasciato cinquemila euro, ma se penso alla bibita che sostituisce la bistecca, non so se vorrei rinunciare alla masticazione. 

 

La camera della pensione Orchidea doveva essere il punto di partenza del viaggio in Norvegia che avevamo programmato in ogni dettaglio. 

Fantasticavamo sui colori dell’aurora boreale, cercavamo di indovinare i profumi di quei luoghi avvolti dal gelo; immaginavamo le persone che incrociavamo regalarci sorrisi, come si fa quando si vede una giovane coppia di innamorati. Non era stato facile risparmiare i soldi necessari, senza intaccare quelli necessari a pagare il mutuo. 

Eppure, quando ci siamo conosciuti non sembravamo destinati a diventare una coppia. Eravamo in disaccordo su tutto; per molto tempo abbiamo provato a evitarci, ma finivamo con l’incrociarci quasi tutti i giorni. Ti rivolgevo la parola solo per non essere scortese. Tu, al contrario, facevi di tutto per rendere evidente l’antipatia nei miei confronti. Questo continuo respingerci, pian piano, ci avvicinò. Non sopportavo l’idea di starti antipatico. Tu non credevi di non piacermi. 

Poi arrivò il pomeriggio che ti aspettai fuori dalla sede dove sapevo che avevi una lezione. Decidemmo di fare una passeggiata e iniziasti a raccontarmi un esperimento di laboratorio che stavi facendo assieme a quel tuo amico. “Molto bello…l’amico” specificasti. Mi arrestai di colpo e ti baciai.

Ti sei fatta una gran risata. “Ormai cominciavo a disperare” fu il tuo commento. E continuasti a ridere anche quando provai a dire che ti avevo baciato solo per chiuderti la bocca. 

 

Se escludo la pensione Orchidea, la mia trascrizione riporta la trama di un racconto di fantasia. Io non l’avrei saputa nemmeno immaginare.

 

Poi è arrivata la malattia. Da quel momento il mio modo di intendere la vita è cambiato radicalmente. Ero disposto a credere in qualsiasi teoria che mi offrisse una speranza. La tua scienza sembrava potermela dare. 

La prognosi ha cancellato tutti i nostri progetti.

È rimasta solo la prenotazione di quella camera e una destinazione verso il gelo; ma non siamo partiti per una vacanza.

Il periodo della ricerca sul mondo della crioconservazione è stato febbrile.

Tu avevi una fede incrollabile per la scienza e la medicina; io credevo che a governare il mondo fosse il caso, anche se l’educazione cattolica, ricevuta dai miei genitori, mi aveva lasciato la speranza di una vita, dopo la morte, di tipo spirituale. Non certo affidata a un congelatore. 

Ci siamo lasciati nella speranza che io avessi un futuro. È quello che è successo, ma sono diventato un reperto archeologico.

 

Il caldo mi sta uccidendo, ma non sono sicura di volermi spogliare. Sono invece quasi certa di essere preda di qualche malattia rara. Interrompo la lettura per consultare internet. Cerco i sintomi di tutte le alterazioni mentali che caratterizzano l’insorgere della pazzia. Molti corrispondono al mio attuale stato psicofisico: allucinazioni, sudorazioni e frustrazione; confusione, giramento di testa. 

Paura ed eccitazione mi pervadono. Sono sicuramente pazza. Una matta eccitata. 

 

Quando mi hai parlato dell’America e dei centri specializzati nell’ibernare esseri umani, ho pensato che fosse una possibilità concreta. Però scoprimmo che i costi erano esorbitanti. Per farlo a una cifra per noi accessibile, potevamo scegliere la strada della neuro- conservazione: congelare solo la testa! 

 

Ho letto molti articoli che riguardano questo argomento. Stavo pensando di scriverci un pezzo dal titolo: Il cervello è il mio, ma il fisico è della Monroe. Avevo fatto una telefonata a una associazione che raccoglie persone intenzionate a seguire questo sogno: farsi ibernare per vivere una seconda vita nel futuro. Chi ha accettato di parlarmi era talmente pazzo da indurmi a lasciar perdere.

 

La conservazione della sola testa, oltre a costare molto meno, dava maggiori garanzie. Sostenevano che in futuro sarebbe stato semplice far rivivere la memoria di un cervello inserendolo in un altro corpo. 

Ci abbiamo anche riso parecchio: «In realtà a me piace solo la tua testa; fisicamente non sei particolarmente attraente. Se ti rimonteranno su un bel fisico atletico, ci potrai solo guadagnare!»  Già, mi hai detto proprio così, e io sapevo che lo pensavi davvero. Potevo capirti, non mi sono mai piaciuto neppure io. 

Comunque è stata una fortuna. Se avessimo optato per la sola testa, l’avrebbero rianimata adattandola a un corpo artificiale, ma oggi non potrei avere questi ricordi. Mi hanno spiegato che è l’intero corpo a costruire le immagini remote: oltre ai pensieri ci vogliono le sensazioni fisiche; quello che senti con la pancia.

 

Il caldo ha ragione dei miei timori, così mi rimetto in mutande, sicura di non rischiare molestie calate dal soffitto. Provo ancora a immaginare come utilizzare questa storia; conosco qualcuno talmente fuori di testa capace di darmi ascolto? Esiste un modo per certificare quello che sta succedendo? Potrei usare il telefonino per fotografare questa pioggia di parole. Non credo funzionerebbe, le lettere scendono come nuvole trasparenti; difficile che possano essere catturate dall'obiettivo; comunque provo a fare qualche scatto, ma come immaginavo, il risultato è l’immagine di un lenzuolo che sembra non essere perfettamente a fuoco. 

L'impossibilità di fare qualcosa mi deresponsabilizza, mi calma e mi permette di accettare la situazione.

 

 

Ora non ho più il cancro, ma a differenza dei miei nuovi contemporanei, la mia aspettativa di vita è quella che avrei avuto se non mi fossi ammalato.

Per le donne e gli uomini di questo mio nuovo tempo vivere centocinquant’anni è il minimo che si aspettano. Loro sono un mix tra un uomo del tuo tempo e ciò che conosci come un robot. Si muovono senza toccare il pavimento; hanno un aspetto affascinante, ma in parte artificiale. Hanno muscoli perfetti, modificati geneticamente, che gestiscono con un sistema paragonabile a un software mentale. Un sistema immunitario autodiagnostico che risolve la maggior parte dei problemi fisici. Gli ospedali non esistono più.  

 Io sono com’ero prima di ammalarmi: ho ancora i capelli neri e qualche ruga. 

Non è possibile che io diventi come loro, perché non sono stato programmato alla nascita. Già, loro determinano subito dopo il concepimento, come sarà il nascituro: maschio, femmina, biondo; l’altezza e molto altro. A me sembrano tutti uguali. 

Una delle poche pratiche a sopravvivere nel nei secoli, è quella del concepimento: il sesso si fa ancora allo stesso modo. Almeno quello per procreare. Hope mi ha detto che usano metodi differenti per procurarsi piacere. È stata l’unica volta che mi è sembrata arrossire, quindi non ho chiesto spiegazioni. Ma vedo Egizio muovere la coda e non fatico a immaginare imitazioni perfette di esseri umani, pronte a soddisfare qualsiasi desiderio.

Dopo il concepimento cambia tutto. Le donne hanno gravidanze esterne: partoriscono un embrione di appena un mese, che però resta collegato al grembo materno. Viene conservato in un contenitore che cambia dimensione col crescere del feto. All’inizio è grande come un pacco di sigarette e può essere tenuto in tasca; poi diventa simile a un marsupio. Le donne non devono più temere i rischi degli inestetismi dovuti alla gravidanza, né sopportare le pene del travaglio, ma la cosa più importante è che il contenitore è in grado di intervenire per modificare il nascituro, assicurandogli uno sviluppo perfetto. Una placenta con proprietà curative. Ci sono tante altre differenze in questo mondo, per te inimmaginabili.

 

Certo che le donne che nascondono la gravidanza nella borsetta, vorrei proprio vederle.

 

Sono costretto a vivere in un ambiente sterilizzato. I virus che si sono sviluppati nei secoli, provocando periodi caratterizzati da epidemie di massa, oggi non sono più pericolosi; ma questo vale per loro. Io sono come un neonato non ancora vaccinato che va tenuto in una specie di incubatrice.

Quello che manca a questa gente è la capacità di arrabbiarsi: giusto qualche alterazione dello sguardo, ma sembra solo un momento di riflessione. Il silenzio che avvolge i dialoghi li rende poveri di emozioni. Almeno ai miei occhi. A me, ripensare alla camera dalle pareti beige, l’ultimo luogo dove ci siamo concessi qualche ora di appartenenza, mi crea delle sensazioni che non sono sicuro possano essere comprese appieno da Hope.

 

Lo squillo del telefono mi fa sobbalzare. Questa volta non è il mio cellulare. La voce che esce dalla cornetta non ha nulla di magico. Dalla reception mi ricordano che sono le undici. Avrei già dovuto liberare la stanza. 

Cerco di capire come comportarmi: la valigia è pronta dato che ieri sera l’avevo aperta solo per estrarre il beauty case. Potrei andarmene e uscire da questa follia. Ma non posso disconnettere quest’uomo dai suoi ricordi, anche se fossero solo frutto della mia immaginazione. 

Chiedo se posso tenere la camera per un’altra notte. Sono fortunata: hanno appena ricevuto una disdetta. Possono accontentarmi. Prima di chiudere la conversazione, la signora mi chiede se intendo pranzare. La liquido dicendole che mi accontenterò di quello che trovo nel frigo bar. Dai suoi ma… ma, capisco che non è contenta, però chiudo la conversazione senza ascoltare le sue obiezioni. Voglio immergermi ancora in quelle parole che ricominciano a formarsi sul lenzuolo. Proprio come succede durante la lettura di un libro che emoziona, vivo questa storia come fosse la mia. 

Mentre trascrivo tutto quello che appare, mi rendo conto che la stanza non è provvista di frigobar.

 

Fare l’amore sapendo che sarà l’ultima volta è angosciante, ma ancora peggio è smettere di farlo. Fu tra quelle mura che depositammo la folle speranza che un giorno ci saremmo ritrovati.

 

Cerco di immaginare il suo volto, annuso il lenzuolo cercando un afrore vecchio di mille anni. Mi sembra di sentire il fruscio di quelle carezze e il sapore dei baci.  Un amore così non l’ho conosciuto. Probabilmente è stata solo colpa mia, della ossessione per il lavoro. Ho vissuto storie senza impegnarmi quanto avrei dovuto. Non sono mai stata superficiale, ma distratta. Un fatto di cronaca mi scatena più adrenalina di qualsiasi uomo. Anche quelli che mi hanno fatto vivere notti travolgenti, non sono mai riusciti a farmi spegnere il telefonino. Ho la sindrome della reperibilità: mentre faccio l’amore spero più in uno squillo che in un orgasmo.

 

Vorrei continuare a raccontarti quanto è diverso il mondo dove mi sono risvegliato rispetto a quello che avevamo sognato, ma temo che se mi allontano dai ricordi che ci uniscono, inizierai ad avere difficoltà a leggere le mie parole. Proverò ad alternare quello che vedo e quello che ricordo.

 

Ho la testa piena di domande: hai sognato durante questi lunghissimi mille anni? Sei solo o ci sono altri come te con cui hai ricominciato a vivere? Cosa è rimasto di quello che conosco?  C’è ancora il Colosseo? E New York con i suoi grattaceli? La terra è simile a quella che hai lasciato? Ammesso che tu viva sulla terra. Il sole genera ancora la vita? 

 

Essere vivo è incredibile, ma non è semplice spiegarti quanto speranza e angoscia, combattano nella mia mente; però questo nostro contatto è come la luce di una candela in una notte senza stelle.

 Non avrei immaginato di ritrovarmi isolato; a dire il vero non immaginavo nulla. Non so quanti terrestri vecchi di mille anni sono rinati in questo secolo; Hope mi ha detto che un giorno mi porteranno in una comunità di resuscitati. Credo che si aspettino anche degli accoppiamenti e nuove nascite. La riproduzione tra esseri primitivi rientra nei loro studi. Potrei avere dei figli un po' simili a noi, ma con capacità adeguate a questo millennio. Ho spiegato a Hope che non riusciranno mai a farmi desiderare una donna che non sia tu, ma penso non mi abbia creduto.

 

Interrompere le cure e accettare di intraprendere questo percorso, mi era sembrata la scelta migliore. Non so quanto tempo sarei sopravvissuto se avessi rinunciato a questa follia, il medico aveva fatto una previsione che non superava i sei mesi. Ma quel tempo che mi sono negato, nonostante la malattia mi procurasse sempre maggior dolore, è l’unico rimpianto che ho.

Anche se fossero state poche ore, le avrei dovute vivere accanto a te. Questa resurrezione in un’epoca che non è la mia, mi appare priva di senso.

Non solo perché non conosco nessuno; ovviamente di questo ero consapevole, sarebbe stato come andare a vivere in un altro continente. Ma qui sono un uomo che può vivere solo nei libri di storia. Un fossile capace di ricordare chi è stato. Sono un animale da zoo, una specie estinta, riportata in vita per essere studiata.  Sarebbe facile attribuire la mia scelta alla mancanza di lucidà causata dalla malattia. Chiunque si trovi in quella condizione è disposto a tutto pur di sopravvivere. Persino a coltivare l’assurda speranza di rivedere l’unico amore della sua vita. Sono ragionamenti che abbiamo fatto assieme, l’opportunità di ritrovarci era l’argomento decisivo a cui mi ancorai. Per questo, assieme alla documentazione che consentiva la mia ibernazione, ne inviammo un altro che permettesse all’istituto di mettere anche te in una bara di azoto, nel caso fossi stata vittima di una malattia impossibile da curare. Non era l’augurio che ti avrei mai fatto, ma non posso negare che, in fondo al cuore, una piccola speranza non l’avessi.

Ora non mi resta che aggrapparmi all’idea che tu sia vedendo i miei pensieri, che questo marchingegno funzioni davvero e che in questa mattina d’inverno tu sia in quella stanza. 

Hope mi ha detto che loro ne sono certi; sono sicuri che i miei pensieri vengano ricevuti da qualcuno, proprio in quella stanza. Ma se non fossi tu? Se ci fosse qualcun altro lì, in questo momento? Allora chiederei a questo sconosciuto di contattarti e riferirti tutto.  Chiunque tu sia ti prego di contattare mia moglie. Si… ama…le…

 

Moussa è partito dal Mali una mattina di maggio che prometteva solo un’altra giornata torrida. Aveva una borsa in mano e portava un bimbo a cavallo sulle spalle. Hamed avrebbe compiuto due anni in agosto. Mamma Aisha gli aveva promesso un regalo speciale. “Il giorno del tuo compleanno saremo in un posto bellissimo in riva al mare: Ti comprerò un gelato e potrai scegliere il giocattolo che preferisci”.  Lui era felice! Sulle spalle di Moussa si sentiva un gigante. Aisha aveva una sacca in mano e un figlio nella pancia. Credeva davvero alla promessa che aveva fatto al figlio. In Italia tutti i bambini avevano giocattoli.

Una storia di speranza, come tante altre: attraversare il deserto trattati come bestie; venire rapinati; rimanere sulla costa in attesa di trovare altri soldi da consegnare ai trafficanti. Poi l’arrivo in agosto sulla costa di Lampedusa. Il gommone stracarico si ribalta. Tutti quelli che ho intervistato mi hanno raccontato storie simili.

Quando sente la terra sotto ai piedi Moussa è solo. Inizia a urlare, chiama la moglie, ripete all’infinito il nome del figlio.

Anche in questo la sua storia è simile a quella di molti suoi compagni di viaggio. 

Mi racconta la sua odissea perché non ha altro modo per far rivivere Aisha e Hamed. Nessun altro vuole ascoltarlo. Quando parla della sua famiglia gli compare una luce negli occhi; dura pochi istanti, ma gli auguro che sia sufficiente per un nuovo inizio: “Maledico quella partenza. Se fossimo rimasti nel Mali avremmo avuto altro tempo da trascorrere insieme. Mi sono deciso per accontentare mia moglie; lei voleva dare un futuro ai nostri figli. Io sarei rimasto dove siamo nati. Non avevo ambizioni particolari. Mi era sufficiente un tetto e un po' di cibo. Ma amo mia moglie; siamo cresciuti assieme. Eravamo due adolescenti quando le ho promesso che l’avrei sposata. È stato complicato; da noi ci sono regole da rispettare per avere il diritto di chiedere una ragazza in sposa. Ce l’avevo fatta e non avrei mai voluto deluderla”. 

 

Ora vorrebbe trovare il coraggio per buttarsi tra quelle onde che hanno ucciso la sua famiglia, ma il mare in tempesta di quella notte, è placido da quasi due mesi. Sembra impossibile che sia capace di tanta crudeltà. 

Quando sono arrivata vedevo solo occhi arrossati e sguardi persi nel vuoto. Qualcuno mostrava evidenti segni di tortura, ma anche l’energia necessaria per andare avanti. La maggioranza sembrava che si lasciasse trasportare dagli altri senza sapere dove.

Moussa era il soggetto ideale per il mio articolo. Aveva perso tutto, compreso la speranza, ma voleva tener vivo il ricordo della sua famiglia.

 

La luce nella stanza dei ricordi sta cambiando colore, temo che a breve tornerà azzurra. Significa che perderò il contatto con te. Per fortuna sono riuscito a dirti il nome di mia moglie e come fare per rintracciarla, nel caso in quella stanza ci fosse un estraneo.

Ma voglio credere che ci sia tu e ho ancora tantissime cose incredibi… da…accon…

 

Non sono chi credi. Anche qui è mattina, ma non è inverno. Le parole hanno iniziato a sfaldarsi prima che tu mi rivelassi il nome di tua moglie. Non so chi sei amico mio e non ho idea di come rintracciare chi vorrebbe avere tue notizie. Mi auguro che il flusso di parole ricominci e che tu sia uno di quei pignoli che le informazioni le ripete. So solo che la tua storia nasce dalla speranza proprio come quella di Moussa. Tu però mi hai fatto un regalo enorme: ora so che il mondo sopravviverà, che in qualche modo sapremo sconfiggere le malattie e le guerre. Che alla fine troveremo il modo per rispettare questa nostra terra.

Penso che anche Muossa avrà trovato la maniera di sopravvivere. Io racconterò a tutti la sua storia. Troverò le parole giuste per fare capire cosa significa la speranza, da dove si attinge la determinazione per affrontare la disperazione.

Spero aiuti a combattere chi sfrutta le miserie umane, e che dia coraggio a chi si fa abbattere dal primo inciampo della vita. 

La storia delle parole piovute sul letto proverò a trasformarla in una novella. Se ci scrivessi un articolo passerei per pazza, ma se la trasformo in un racconto di fantasia, forse la moglie del mio amico del futuro la leggerà.

lunedì 26 aprile 2021

Una possibile trama

La bocca carnosa, rossa come un semaforo, sollecitava uno stop per ammirare il seno generosamente scoperto; aveva capelli lunghi, più neri degli occhi, che erano grandi e impenetrabili, l'unica cosa che non concedeva. 

Arrivava all'imbrunire sotto al mio balcone, causando spesso tamponamenti tra quelli che frenavano di colpo. 

Mi sorrideva, quando mi affacciavo per fumare una sigaretta. A volte me ne chiedeva una, per poi soffiarmi anelli di fumo che sparivano in fretta, assieme alla mia tentazione. 


Era la terza prostituta con cui mi era capitato di fare amicizia. 

La prima che conobbi era la sorella di un amico, i pomeriggi d'estate li trascorreva al mare con noi ragazzini. 

Steso a fianco di quel corpo che sapevo disponibile, ma irraggiungibile quando ero ancora troppo giovane per essere un cliente, restavo immobile a contemplare tutto quello che il bikini non nascondeva e immaginavo il resto mentre allungavo una gamba fino a sfiorare la sua. 

Lei dormiva. 


La sera poteva accadere di vederla su un marciapiede, ma evitavamo di mostrare la reciproca conoscenza. 

L'estate era per me un appuntamento continuo con un peccato che non consumai.

La seconda era bionda, diafana. 

Trascorrevo la domenica pomeriggio in discoteca assieme agli amici, lei si aggregava spesso. L'unica differenza che vedevamo dalle altre ragazze stava nella certezza che fosse disponibile al sesso. 

A qualcuno concesse un bacio, il resto sarebbe stato lavoro.

Due ragazze costrette a fare la vita quando ancora avevano voglia di normalità. Finirono entrambe morte ammazzate. 


La terza è rimasta, per molti anni, appoggiata al cofano della mia auto. 

A volte mi fermavo a fare conversazione come si fa coi vicini di casa. 

Una sera notò una Fiat Cinquecento parcheggiare vicino alla mia auto, ne scese la mia fidanzata. Feci appena in tempo ad avvicinarmi, prima che potesse prenderla a male parole, scambiandola per una collega.

La sera seguente, mi disse di aver notato che la targa della Cinquecento era della stessa provincia di quella del suo protettore.

«Io e te in amore siamo sfortunati» commentò. 

Capitò anche che allungasse una mano, specificando che si eccitava solo in presenza di banconote. Le offrii la solita sigaretta e me ne andai. Continuammo a vederci ogni sera, dando vita a una parodia del celebre nasone di Rostand, con me al balcone, ma nonostante i ruoli inversi, la trama era simile: io le parlavo, lei sorrideva, un cliente coglieva il frutto.


martedì 24 marzo 2020

Chi racconta?

Mi chiamo Guido, ancora ieri ero sicuro che non sarei sopravvissuto. Non so bene come ne sono uscito, certamente la fortuna non c'entra. Vorrei raccontarvi i fatti, perché, se vi dovesse capitare qualcosa di simile, sapreste di dover scappare prima di rimanere intrappolati. Laura è la donna che ha originato la vicenda, una storia piena di colpi di scena. Mauro quello che ci ha cacciato nei guai. Certo, proprio tu, Mauro, con la smania di metterti in mostra agli occhi di Laura, con l'arroganza e l'incoscienza di chi pensa che i soldi risolvano tutti i problemi. 
Se dovessi raccontare tu, diresti che la colpa è mia, che ne siamo venuti fuori grazie a te, che io ho paura anche delle ombre. Tu, bastardo, egoista e presuntuoso, ci hai portato a un passo dalla morte e non sei neppure riuscito a fare innamorare Laura, nonostante racconti il contrario. Credi che non sappia quello che dici di me? Pensi davvero che Laura non mi ami? Aspetta che torni, poi vedremo chi ha ragione.
Laura è in viaggio con Giulio, l'unico uomo che le interessa. Se la storia la raccontasse lei, parlerebbe di due sfigati che, per farsi belli, l'hanno cacciata in un gran casino. Racconterebbe di quanto è imbranato Guido e incosciente Mauro e del fatto che, per fortuna, non dovrà più vederli.
Il primo problema che si deve affrontare quando si inizia a imbastire una storia, ammesso che si abbia qualcosa di avvincente e interessante da scrivere, è decidere chi sarà il narratore. L'istinto porta alla prima persona: “Mi chiamo Guido...”. Sono lo scrittore, mia è la storia, ho il diritto di essere il protagonista, chi meglio di me potrebbe raccontare fatti che mi sono accaduti o che ho semplicemente immaginato? Però il rischio di omettere i miei difetti per esaltare i pregi, è grande, soprattutto è probabile che venga smascherato. Un limite della scrittura in prima persona è che degli altri protagonisti posso citare le frasi, descrivere le azioni, ma di quello che pensano devo fare solo supposizioni. In questo modo il lettore ha un grande potere, sarà lui a decidere cosa anima veramente i personaggi. Naturalmente proverò a ingannarlo, disseminando frasi che inducano a valutare i personaggi come io li ho pensati, ma difficilmente ci cascherà e l'interpretazione non sarà univoca.
Se fosse Laura a raccontare, ma in terza persona, sarebbe il narratore onnisciente che ha facoltà di esporre la verità senza omettere nulla. Darebbe le informazioni necessarie a capire bene i fatti. Potrebbe persino svelare cose non ancora accadute. Spiegherebbe cosa c'è nella testa di ognuno di noi. Bello vero? La vanagloria dello scrittore, capace di entrare nell'anima di ogni personaggio. 
Ma non sono certo di volerlo. Potrebbe fare un quadro di me che mi metterebbe a disagio. Già, se il narratore è onnisciente, ha l'obbligo di mettere a nudo pregi e difetti di ogni personaggio, di entrare nelle loro teste, di farli parlare, ma anche pensare “in chiaro”. Tre personaggi, alla fine, diventeranno tre valutazioni dello scrittore stesso, tre autobiografie malcelate in balia di chi legge.
La terza ipotesi è quella della seconda persona. Racconti tu, Mauro. Ti metterei in bocca quello che mi pare, dalla mia verità ne usciresti distrutto. Anche se parlassi male di me, sarebbe evidente che sei in malafede. È una tentazione forte. La seconda persona stimola i pensieri più arditi. Nascosto dentro alle tue parole potrei osare giudizi, sfuggendo, a mia volta, a quello del lettore. Il soggetto negativo saresti tu, non io che ti ho inventato. La vendetta è un desiderio primario. 
Bel tentativo vero? 
Quale voce preferisce il lettore? Perché parliamoci chiaro, chi ha il libro in mano non è mica stupido! Lo sa bene che in qualsiasi caso sono io a scrivere. Cosa vorrebbe leggere? I goffi tentativi in prima persona di rendere positivo il personaggio di Guido, o la spudoratezza con cui cercherebbe di mettere in cattiva luce Mauro con le sue stesse parole? 
Naturalmente il narratore onnisciente che uscirebbe dalla voce di Laura, sarebbe l'unica verità possibile, ma che senso ha la verità in una storia inventata? È più facile sfuggire alla trappola dell'autobiografia usando la seconda o la terza persona? Oppure qualsiasi tentativo sarà facilmente smascherato? Potrei provare a corrompervi suggerendo che le bugie che racconta Guido, vi permetterebbero un'analisi psicologica dei personaggi più intrigante, più partecipativa. Ma potrei pure allontanarvi da tutto questo, facendovi credere che Laura, narratore onnisciente, vi direbbe tutta la verità, così potreste seguire semplicemente la trama, senza cercare di scovare le menzogne dietro a cui si nasconde la fragilità dell'autore. Laura potrebbe persino svelarvi chi è Giulio. Forse l'unico personaggio interessante. Ma se io scrittore sono uomo, come potrei dare una voce credibile a Laura? Cosa ne so di cosa passa nella testa di una donna? 
Se dovessi spuntarla tu, Mauro, porteresti il lettore dentro a un film di spionaggio, saresti il super eroe di cui la lettrice si innamora, trasformeresti la tua superficialità in sprezzo del pericolo. Regaleresti al lettore momenti di svago dentro a trame avvolgenti, convinto, come sei, che la verità è solo una: la tua. 
Insomma è un gran casino. Come si fa a essere credibili nei panni di tre persone? È la sincerità l'unica arma di cui dispone lo scrittore bugiardo per catturare il lettore? 

giovedì 30 gennaio 2020

Serengheti

Un milione di gnu. Corrono. Corrono, mangiano e partoriscono. Dentro quel flusso migratorio inarrestabile, c'è tutta la vita della savana. Il fuoristrada è solo un minuscolo pezzo di ferro in mezzo alla mandria. E' come tuffarsi nel mare in burrasca. Le bestie, come le onde, sono tutte uguali e tutte differenti. Seguono le zebre, perfette capi scout, scartano all'improvviso per seguire il  binario della memoria. Si scornano. Gnu..gnu..gnu...Sembra ripetano all'infinito il loro nome. I piccoli distinguono il richiamo della madre tra milioni di versi sovrapposti. L'altipiano è immenso, macchie di verde si alternano a chiazze gialle. L'auto è più lenta delle bestie, più goffa nell'affrontare le buche. Ci superano facilmente, qualche animale ci sfida, punta le corna contro il parafanghi, poi  si allontana veloce. Rimbalziamo come birilli a ogni salto. In piedi, aggrappati ai ferri che sostengono il tetto rialzato, sbattiamo ginocchia, gomiti e testa per mantenere l'equilibrio precario e gli occhi fissi sulla vegetazione. Un piccolo cade sull'erba assieme alla placenta che lo conteneva. Sbatte il muso a terra e sa già tutto quello che  deve fare.  Gli avvoltoi, provvedono a far sparire  quella sacca ricca di sangue e nutrimento. Gli animali sentono che non siamo un pericolo e si limitano a schivarci. Guardiamo, contemporaneamente, vicino e lontano. Senza semafori, condomini e televisione, dobbiamo riadattare la vista. Un ciuffo d'erba diverso dagli altri fa sterzare bruscamente la nostra guida. Ghepardi.  Tre cuccioli e la madre ci osservano, pazienti. Stesi tra la vegetazione sono quasi invisibili, ma girano la testa in ogni direzione e ci offrono scatti indimenticabili.  
Le acacie sono il pranzo delle giraffe, foglie spinose a cinque metri da terra. Gli elefanti non ci temono. Colonne di Tir con diritto di precedenza.  
Breve sosta accanto a un baobab, sentinella imponente dal ciuffo punk. Una banana, un succo di frutta e un uovo sodo. Getto i pezzetti di guscio nell'erba. Hannate,  mi guarda. Occhi limpidi, marroni come la  sua terra. 
«Non devo?»  
Sorride. 
«Appena ce ne andiamo arriverà qualcuno a mangiare quello che hai buttato». La sua voce è  cordiale.  «Domani lo stesso animale tornerà qui a cercare lo stesso pasto. Tu ci sarai?» 
Il cielo ha cambiato improvvisamente colore. Nuvole cariche di pioggia si addensano sulle mandrie. Una seccatura, per noi, dobbiamo chiudere il tettuccio. Una gioia, per le bestie. Uno gnu si ferma a guardarci. Mi chiedo come ci vede, cosa siamo per lui. 
Acqua e fango non sono solo una pozza. Due facoceri la stanno osservando a distanza. Le loro orecchie diritte e i muscoli pronti a scattare, segnalano tre iene distese in quella melma.  I predatori non riposano mai, mai completamente. Guardano le colonne interminabili di erbivori come fossero davanti al banco del supermercato. 
Poco distante c'è un lago dove vedremo ippopotami, aquile, cicogne, avvoltoi e  ibis. Un'otarda.  Scimmie, facoceri, impala e gazzelle.  Un dik- dik pascola a fianco di una giraffa. Trenta centimetri contro cinque metri. Click. 
«Leoni!» 
«Dove?» 
«Sotto all'albero, un maschio e una femmina». 
Si accoppiano. Una settimana di digiuno e sesso sfrenato. Il maschio si alza, morde la compagna sul collo e poi si ributta sull'erba, stremato. Siamo a un metro di distanza, il leone non ci teme, sbadiglia per dimostraci il suo fastidio e, contemporaneamente, di quali armi dispone. Ce ne andiamo. Superiamo un branco di bufali e ci riavviciniamo alla colonna degli gnu. L'armonia della corsa appaga il desiderio di libertà. Il nostro zigzagare, al contrario, svela la frenesia, la paura di non stare al passo col nostro mondo, la bulimica necessità di bruciare tutto in fretta. Il centesimo elefante non lo fotografiamo neppure, guardiamo di sfuggita la ventesima giraffa, le gazzelle stanno diventando un tutt'uno con la vegetazione.
Ma il Serengheti non è un documentario già visto. Non ci si può stancare di guardare la vita.  Qui, rispettare la natura, non è un modo di dire, è l'unica convivenza possibile. 
Dietro a una giraffa si vedono sventolare dei rettangoli di stoffa. Un gruppo di Masai cammina nella savana. Un bastone e un drappo rosso. Dicono che il colore delle loro tuniche spaventa i leoni. Il passo è agile e tranquillo come quello delle bestie. Impossibile capire dove stanno andando.. 
Ancora una breve sosta. Un muggito ripetuto ci fa girare di scatto. Gnu...gnu...gnu. A metà strada tra la nostra auto e una mandria, c'è un piccolo che avrà due giorni di vita. Ripete il suo verso impaurito in attesa di una risposta che non può arrivare.  Cerca di capire chi di noi è la sua mamma. «Girati!» gli urliamo «sono dietro di te». Parole inutili. Insiste, gnu..gnu, due passi verso di noi, poi scappa, finalmente, nella direzione giusta. Non so cosa sia il mal d'Africa, forse ha a che fare con quello che abbiamo appena visto.

 Ultimi attimi di una corsa pazzesca, poi le tre bestie rotolano a terra. Polvere che si alza, muggito disperato, sangue. Due ghepardi abbattono la preda. Iniziano a divorarla  ancora viva.  La testa del felino, dentro al ventre dello gnu, fa si che la l'animale si muova, quasi fosse ancora vivo. Attorno, il pubblico non tarda ad arrivare. I primi sono gli sciacalli. La loro gracilità non incute paura. I due fratelli vorrebbero mangiare senza nessuno attorno. Guardano minacciosi i piccoli cani fregandosene delle loro pretese. Non farebbero la stessa cosa se arrivassero le iene. Dopo dieci minuti si sono talmente rimpinzati che faticano ad alzarsi. La loro linea, normalmente esile, sembra quella di chi si ingozza di hamburger e birra. Gli sciacalli insistono, i ghepardi restano ancora un po', minacciosi, giusto per chiarire chi è il più forte. Finalmente se ne vanno. E' il turno dei canidi, ma non fanno tempo a dare un paio di morsi che il cielo, sulle loro teste, si fa nero. Una ventina di avvoltoi piomba sulla carcassa. Gli sciacalli sanno di non poter resistere a lungo. Alternano morsi al cibo a rincorse  per tenerli a distanza. Gli uccelli diventano un lenzuolo nero impenetrabile.  Un vecchio cameriere con  un' enorme  pappagorgia, si avvicina alla scena. La cicogna marabù ha il becco lungo e diritto. Non è fatto per sminuzzare, così aspetta che gli avvoltoi facciano a pezzi  budelle e intestino per rubaglieli dal becco. 
Non c'è quasi rimasto più nulla. Solo un erbivoro in meno. Eppure se avessero l'istinto omicida dei loro predatori, potrebbero averne facilmente ragione. Potrebbero lanciarsi in massa contro al leone e per lui non ci sarebbe scampo. I bufali a volte lo fanno, ma non sempre. Credo succeda  quando i felini attaccano un figlio, ma il più delle volte guardano incuranti, chissà se vedono un concorrente in meno nella prossima gara per accoppiarsi. Probabilmente, se gli erbivori sterminassero i predatori, sarebbero troppi per una terra già sfruttata oltre il lecito.
Le nuvole se ne sono andate con la stessa velocità con cui sono comparse. Riapriamo il tettuccio. L'acquazzone ha rinfrescato l'aria e cancellato le macchie di sangue attorno a quel che è rimasto dello gnu. C'è un piccolo movimento tra l'erba. Uno stercolario, totalmente disinteressato a ghepardi sciacalli e avvoltoi, rotola la sua pallina.


lunedì 13 gennaio 2020

Gennaio

ZNER


U iè dal zurnedi sun sol cu m'inchenta
alora um ciapa la sfregla e a vag zò ma la paleda
Um pies camnè so e zò te mez a chi vec chi pesca
Sora chi scaranin i per imbalsamed
I se – per senza gnint – sal meni tal bascozi
aventi e indrè sa che vent giaz cum taia la faza.
E mer l'è ancora scur – agited
e sbat sora mi scoi e fa un scaramaz cu m'invurness.
I oc i taca a lacrimè – e nes e gozla
am sugh i murghent si guent, tent un s'incorz nissun.




L'è com a di ma l'inverni - dat na mosa
tod de caz
Me se capot e i calzun long an gni pos ste
Ho da met i pid tla sabia
i se a capes cus cum sfrogla tla penza
e quand ca guerd e mer um per da es du n 'enta perta

GENNAIO

Ci sono delle giornate con un sole che m'incanta
allora mi prende la fregola e vado sulla palata.
Mi piace camminare su e giù tra quei vecchi che pescano
Seduti sugli sgabelli sembrano imbalsamati
Così - senza un motivo - con le mani in tasca
avanti e indietro con quel vento ghiaccio che mi taglia la faccia
Il mare è ancora scuro – agitato
sbatte sopra gli scogli e fa un rumore che mi rintrona.
Gli occhi iniziano a lacrimare – il naso gocciola
mi asciugo il muco coi guanti, tanto non se ne accorge nessuno.


E' come dire all'inverno - datti una mossa
levati dal cazzo
Io col cappotto e i calzoni lunghi non ci posso stare.
Devo mettere i piedi nella sabbia
così capisco cosa mi gira nella pancia
e quando guardo il mare mi sembra di essere da un altra parte.

domenica 1 dicembre 2019

Staremo bene?


Devono essere le sei passate, il sole  appoggiato sul tetto dell'Holiday-Inn, ci regala l'ultima ora di abbronzatura. Le brandine, telecomandate, compiono ancora un quarto di giro per mettersi in linea con quel raggio ormai affievolito. Le nostre no. Noi puntiamo i piedi verso il mare. Una leggera brezza risale tra le gambe fino dentro ai boxer. La pelle lentamente si rinfresca e ringrazia. Gli altri non sanno quello che perdono. Un onda si allunga sulla battigia, lambisce le  mie infradito verdi nascoste sotto al lettino  e se ne torna in mare portandosi via un anno della nostra vita. Appena un attimo e quella successiva ce la riporta. Così abbiamo sempre vent'anni o forse trenta. 
Ci passa accanto un tipo che ha appena terminato di giocare a racchettoni. Si toglie gli occhiali che hanno le stanghette coordinate col grip della racchetta, col cordellino del costume e con l'asciugamano. Lo chiamiamo “Lamento”.  Attacca “pezze” insopportabili. Ha un telo da mare con tascone. Estrae una bottiglia piena di un liquido color acqua opaca, beve una lunga sorsata carica di integratori. Poi controlla di non avere sabbia appiccicata agli addominali, si passa una crema sulla testa pelata, ci guarda. Si stende sopra a un telo nero con mega scritta oro “Gucci”. È deluso. Siamo rimasti immobili, nascosti dietro agli occhiali scuri. Respiro regolare per simulare il sonno. 
 Le “massaggio signole”,  i “vuoi occhiali, accendino, carica batteria”,  gli “aquilonai” e “tatuatori”, ormai non si fermano più. Ci possiamo rilassare.
Abbiamo l'espressione un po' ebete, come quando non sei proprio sveglio, ma neppure dormi.
Una goduria. 
Bagnetto?
Non prenderemo freddo? 
Stiamo poco, il cesso è troppo lontano, non so se ci arrivo. 
Il mare sarà anche un po' sporco, ma è un toccasana per la pelle abbrustolita. Ci pensi a quelli di Vercelli che devono aspettare un anno per vederlo  solo una settimana? 
Due bracciate, al massimo quattro. Restiamo in ammollo con l'acqua all'altezza dell'ombelico.
Bikini variopinti ci passano accanto. Passeggiate anti cellulite prima di andare a cena. Sempre in coppia, come al bagno.
L'acqua è un trucco che le fa sembrare  snelle. Abbozziamo sorrisi. Qualcuna ricambia.
Può bastare.
Usciamo? Si dai sennò ti prendi un frescone. 
Doccetta?
Ovvio.
Subito prima della doccia, seduto sulla poltroncina da regista, il bagnino, occhiali da sole e sorriso coordinato, ci fa un segno di approvazione con la testa. Subito prima della doccia, seduto sulla poltroncina da regista, il figlio del bagnino, occhiali da sole e sorriso coordinato, ci fa un segno di approvazione con la testa. Subito prima della doccia, seduto sulla poltroncina da regista, il nipote del bagnino, occhiali da sole e sorriso coordinato, ci fa un segno di approvazione con la testa. 
Dopo trent'anni di servizio, le righe della sedia da regista sono quasi un ricordo .
Torniamo a riva per stenderci ancora a guardare il mare. Ci entra negli occhi e ci fa appisolare. Sogniamo che sogniamo di sognare, sulla brandina, palle al mare. 
Il vento trasporta un profumo che costringe gli occhi a riaprirsi. Due gambe notevoli ci passano davanti. Portano a spasso un culo con disegni hawaiani che potrebbe competere con una piadina squacquerone e rucola. 
Sette e mezzo otto, dico. 
È l'ora o il voto? Chiede.
Vedi tu. Rispondo. Mentre lo dico mi tolgo gli occhiali. Guardo in direzione di Lamento. Errore fatale.
Si avvicina.
«Il figlio del bagnino ha montato il campo da pallavolo. Dalla parte della strada è mezzo metro più corto, Vi rendete conto! Mezzo metro! E' proprio un incapace. Se suo babbo lo lascia solo, quello muore di fame. Sono due giorni che ci lavora e ha sbagliato di mezzo metro!
Lo guardiamo con attenzione. Fingiamo interesse. Le labbra piegate leggermente all'insù rimarcano la nostra approvazione. Non commentiamo. Difficile, ci vuole esperienza.
Se ne va.
Ci guardiamo compiaciuti. 
Una coppia vicino a noi ha deciso che per oggi può bastare. Lui infila una T-shirt e si butta l'asciugamano azzurro su una spalla. Si incammina. Lei ripone le creme nella borsa di paglia, indossa un pantaloncino bianco, si allaccia i bottoni rossi di una camicetta attillata. Piega il pareo e lo infila nella borsa, si pettina prima di mettere via la spazzola. Le suona il telefono, estrae tutto quello che aveva messo via, prima di trovare il cellulare. Si siede. ”Ciao mamma”. Lui è immobile sulla passerella.
Continueremo  a guardare il passeggio, stagione dopo stagione a inseguire bikini senza smagliature. La vista che cala rende il giudizio meno severo. 
Sarà sempre più dura arrivare fino a riva, bisogna dire al bagnino di fare una pedana mobile. 
L'importante è che stiamo insieme. 
Staremo bene?


La schiuma del cappuccino

PREFAZIONE di Lia Celi La fluidità di genere non è solo prerogativa dell’identità umana contemporanea quando contempla un percorso di vita d...