lunedì 26 aprile 2021

Una possibile trama

La bocca carnosa, rossa come un semaforo, sollecitava uno stop per ammirare il seno generosamente scoperto; aveva capelli lunghi, più neri degli occhi, che erano grandi e impenetrabili, l'unica cosa che non concedeva. 

Arrivava all'imbrunire sotto al mio balcone, causando spesso tamponamenti tra quelli che frenavano di colpo. 

Mi sorrideva, quando mi affacciavo per fumare una sigaretta. A volte me ne chiedeva una, per poi soffiarmi anelli di fumo che sparivano in fretta, assieme alla mia tentazione. 


Era la terza prostituta con cui mi era capitato di fare amicizia. 

La prima che conobbi era la sorella di un amico, i pomeriggi d'estate li trascorreva al mare con noi ragazzini. 

Steso a fianco di quel corpo che sapevo disponibile, ma irraggiungibile quando ero ancora troppo giovane per essere un cliente, restavo immobile a contemplare tutto quello che il bikini non nascondeva e immaginavo il resto mentre allungavo una gamba fino a sfiorare la sua. 

Lei dormiva. 


La sera poteva accadere di vederla su un marciapiede, ma evitavamo di mostrare la reciproca conoscenza. 

L'estate era per me un appuntamento continuo con un peccato che non consumai.

La seconda era bionda, diafana. 

Trascorrevo la domenica pomeriggio in discoteca assieme agli amici, lei si aggregava spesso. L'unica differenza che vedevamo dalle altre ragazze stava nella certezza che fosse disponibile al sesso. 

A qualcuno concesse un bacio, il resto sarebbe stato lavoro.

Due ragazze costrette a fare la vita quando ancora avevano voglia di normalità. Finirono entrambe morte ammazzate. 


La terza è rimasta, per molti anni, appoggiata al cofano della mia auto. 

A volte mi fermavo a fare conversazione come si fa coi vicini di casa. 

Una sera notò una Fiat Cinquecento parcheggiare vicino alla mia auto, ne scese la mia fidanzata. Feci appena in tempo ad avvicinarmi, prima che potesse prenderla a male parole, scambiandola per una collega.

La sera seguente, mi disse di aver notato che la targa della Cinquecento era della stessa provincia di quella del suo protettore.

«Io e te in amore siamo sfortunati» commentò. 

Capitò anche che allungasse una mano, specificando che si eccitava solo in presenza di banconote. Le offrii la solita sigaretta e me ne andai. Continuammo a vederci ogni sera, dando vita a una parodia del celebre nasone di Rostand, con me al balcone, ma nonostante i ruoli inversi, la trama era simile: io le parlavo, lei sorrideva, un cliente coglieva il frutto.


martedì 24 marzo 2020

Chi racconta?

Mi chiamo Guido, ancora ieri ero sicuro che non sarei sopravvissuto. Non so bene come ne sono uscito, certamente la fortuna non c'entra. Vorrei raccontarvi i fatti, perché, se vi dovesse capitare qualcosa di simile, sapreste di dover scappare prima di rimanere intrappolati. Laura è la donna che ha originato la vicenda, una storia piena di colpi di scena. Mauro quello che ci ha cacciato nei guai. Certo, proprio tu, Mauro, con la smania di metterti in mostra agli occhi di Laura, con l'arroganza e l'incoscienza di chi pensa che i soldi risolvano tutti i problemi. 
Se dovessi raccontare tu, diresti che la colpa è mia, che ne siamo venuti fuori grazie a te, che io ho paura anche delle ombre. Tu, bastardo, egoista e presuntuoso, ci hai portato a un passo dalla morte e non sei neppure riuscito a fare innamorare Laura, nonostante racconti il contrario. Credi che non sappia quello che dici di me? Pensi davvero che Laura non mi ami? Aspetta che torni, poi vedremo chi ha ragione.
Laura è in viaggio con Giulio, l'unico uomo che le interessa. Se la storia la raccontasse lei, parlerebbe di due sfigati che, per farsi belli, l'hanno cacciata in un gran casino. Racconterebbe di quanto è imbranato Guido e incosciente Mauro e del fatto che, per fortuna, non dovrà più vederli.
Il primo problema che si deve affrontare quando si inizia a imbastire una storia, ammesso che si abbia qualcosa di avvincente e interessante da scrivere, è decidere chi sarà il narratore. L'istinto porta alla prima persona: “Mi chiamo Guido...”. Sono lo scrittore, mia è la storia, ho il diritto di essere il protagonista, chi meglio di me potrebbe raccontare fatti che mi sono accaduti o che ho semplicemente immaginato? Però il rischio di omettere i miei difetti per esaltare i pregi, è grande, soprattutto è probabile che venga smascherato. Un limite della scrittura in prima persona è che degli altri protagonisti posso citare le frasi, descrivere le azioni, ma di quello che pensano devo fare solo supposizioni. In questo modo il lettore ha un grande potere, sarà lui a decidere cosa anima veramente i personaggi. Naturalmente proverò a ingannarlo, disseminando frasi che inducano a valutare i personaggi come io li ho pensati, ma difficilmente ci cascherà e l'interpretazione non sarà univoca.
Se fosse Laura a raccontare, ma in terza persona, sarebbe il narratore onnisciente che ha facoltà di esporre la verità senza omettere nulla. Darebbe le informazioni necessarie a capire bene i fatti. Potrebbe persino svelare cose non ancora accadute. Spiegherebbe cosa c'è nella testa di ognuno di noi. Bello vero? La vanagloria dello scrittore, capace di entrare nell'anima di ogni personaggio. 
Ma non sono certo di volerlo. Potrebbe fare un quadro di me che mi metterebbe a disagio. Già, se il narratore è onnisciente, ha l'obbligo di mettere a nudo pregi e difetti di ogni personaggio, di entrare nelle loro teste, di farli parlare, ma anche pensare “in chiaro”. Tre personaggi, alla fine, diventeranno tre valutazioni dello scrittore stesso, tre autobiografie malcelate in balia di chi legge.
La terza ipotesi è quella della seconda persona. Racconti tu, Mauro. Ti metterei in bocca quello che mi pare, dalla mia verità ne usciresti distrutto. Anche se parlassi male di me, sarebbe evidente che sei in malafede. È una tentazione forte. La seconda persona stimola i pensieri più arditi. Nascosto dentro alle tue parole potrei osare giudizi, sfuggendo, a mia volta, a quello del lettore. Il soggetto negativo saresti tu, non io che ti ho inventato. La vendetta è un desiderio primario. 
Bel tentativo vero? 
Quale voce preferisce il lettore? Perché parliamoci chiaro, chi ha il libro in mano non è mica stupido! Lo sa bene che in qualsiasi caso sono io a scrivere. Cosa vorrebbe leggere? I goffi tentativi in prima persona di rendere positivo il personaggio di Guido, o la spudoratezza con cui cercherebbe di mettere in cattiva luce Mauro con le sue stesse parole? 
Naturalmente il narratore onnisciente che uscirebbe dalla voce di Laura, sarebbe l'unica verità possibile, ma che senso ha la verità in una storia inventata? È più facile sfuggire alla trappola dell'autobiografia usando la seconda o la terza persona? Oppure qualsiasi tentativo sarà facilmente smascherato? Potrei provare a corrompervi suggerendo che le bugie che racconta Guido, vi permetterebbero un'analisi psicologica dei personaggi più intrigante, più partecipativa. Ma potrei pure allontanarvi da tutto questo, facendovi credere che Laura, narratore onnisciente, vi direbbe tutta la verità, così potreste seguire semplicemente la trama, senza cercare di scovare le menzogne dietro a cui si nasconde la fragilità dell'autore. Laura potrebbe persino svelarvi chi è Giulio. Forse l'unico personaggio interessante. Ma se io scrittore sono uomo, come potrei dare una voce credibile a Laura? Cosa ne so di cosa passa nella testa di una donna? 
Se dovessi spuntarla tu, Mauro, porteresti il lettore dentro a un film di spionaggio, saresti il super eroe di cui la lettrice si innamora, trasformeresti la tua superficialità in sprezzo del pericolo. Regaleresti al lettore momenti di svago dentro a trame avvolgenti, convinto, come sei, che la verità è solo una: la tua. 
Insomma è un gran casino. Come si fa a essere credibili nei panni di tre persone? È la sincerità l'unica arma di cui dispone lo scrittore bugiardo per catturare il lettore? 

giovedì 30 gennaio 2020

Serengheti

Un milione di gnu. Corrono. Corrono, mangiano e partoriscono. Dentro quel flusso migratorio inarrestabile, c'è tutta la vita della savana. Il fuoristrada è solo un minuscolo pezzo di ferro in mezzo alla mandria. E' come tuffarsi nel mare in burrasca. Le bestie, come le onde, sono tutte uguali e tutte differenti. Seguono le zebre, perfette capi scout, scartano all'improvviso per seguire il  binario della memoria. Si scornano. Gnu..gnu..gnu...Sembra ripetano all'infinito il loro nome. I piccoli distinguono il richiamo della madre tra milioni di versi sovrapposti. L'altipiano è immenso, macchie di verde si alternano a chiazze gialle. L'auto è più lenta delle bestie, più goffa nell'affrontare le buche. Ci superano facilmente, qualche animale ci sfida, punta le corna contro il parafanghi, poi  si allontana veloce. Rimbalziamo come birilli a ogni salto. In piedi, aggrappati ai ferri che sostengono il tetto rialzato, sbattiamo ginocchia, gomiti e testa per mantenere l'equilibrio precario e gli occhi fissi sulla vegetazione. Un piccolo cade sull'erba assieme alla placenta che lo conteneva. Sbatte il muso a terra e sa già tutto quello che  deve fare.  Gli avvoltoi, provvedono a far sparire  quella sacca ricca di sangue e nutrimento. Gli animali sentono che non siamo un pericolo e si limitano a schivarci. Guardiamo, contemporaneamente, vicino e lontano. Senza semafori, condomini e televisione, dobbiamo riadattare la vista. Un ciuffo d'erba diverso dagli altri fa sterzare bruscamente la nostra guida. Ghepardi.  Tre cuccioli e la madre ci osservano, pazienti. Stesi tra la vegetazione sono quasi invisibili, ma girano la testa in ogni direzione e ci offrono scatti indimenticabili.  
Le acacie sono il pranzo delle giraffe, foglie spinose a cinque metri da terra. Gli elefanti non ci temono. Colonne di Tir con diritto di precedenza.  
Breve sosta accanto a un baobab, sentinella imponente dal ciuffo punk. Una banana, un succo di frutta e un uovo sodo. Getto i pezzetti di guscio nell'erba. Hannate,  mi guarda. Occhi limpidi, marroni come la  sua terra. 
«Non devo?»  
Sorride. 
«Appena ce ne andiamo arriverà qualcuno a mangiare quello che hai buttato». La sua voce è  cordiale.  «Domani lo stesso animale tornerà qui a cercare lo stesso pasto. Tu ci sarai?» 
Il cielo ha cambiato improvvisamente colore. Nuvole cariche di pioggia si addensano sulle mandrie. Una seccatura, per noi, dobbiamo chiudere il tettuccio. Una gioia, per le bestie. Uno gnu si ferma a guardarci. Mi chiedo come ci vede, cosa siamo per lui. 
Acqua e fango non sono solo una pozza. Due facoceri la stanno osservando a distanza. Le loro orecchie diritte e i muscoli pronti a scattare, segnalano tre iene distese in quella melma.  I predatori non riposano mai, mai completamente. Guardano le colonne interminabili di erbivori come fossero davanti al banco del supermercato. 
Poco distante c'è un lago dove vedremo ippopotami, aquile, cicogne, avvoltoi e  ibis. Un'otarda.  Scimmie, facoceri, impala e gazzelle.  Un dik- dik pascola a fianco di una giraffa. Trenta centimetri contro cinque metri. Click. 
«Leoni!» 
«Dove?» 
«Sotto all'albero, un maschio e una femmina». 
Si accoppiano. Una settimana di digiuno e sesso sfrenato. Il maschio si alza, morde la compagna sul collo e poi si ributta sull'erba, stremato. Siamo a un metro di distanza, il leone non ci teme, sbadiglia per dimostraci il suo fastidio e, contemporaneamente, di quali armi dispone. Ce ne andiamo. Superiamo un branco di bufali e ci riavviciniamo alla colonna degli gnu. L'armonia della corsa appaga il desiderio di libertà. Il nostro zigzagare, al contrario, svela la frenesia, la paura di non stare al passo col nostro mondo, la bulimica necessità di bruciare tutto in fretta. Il centesimo elefante non lo fotografiamo neppure, guardiamo di sfuggita la ventesima giraffa, le gazzelle stanno diventando un tutt'uno con la vegetazione.
Ma il Serengheti non è un documentario già visto. Non ci si può stancare di guardare la vita.  Qui, rispettare la natura, non è un modo di dire, è l'unica convivenza possibile. 
Dietro a una giraffa si vedono sventolare dei rettangoli di stoffa. Un gruppo di Masai cammina nella savana. Un bastone e un drappo rosso. Dicono che il colore delle loro tuniche spaventa i leoni. Il passo è agile e tranquillo come quello delle bestie. Impossibile capire dove stanno andando.. 
Ancora una breve sosta. Un muggito ripetuto ci fa girare di scatto. Gnu...gnu...gnu. A metà strada tra la nostra auto e una mandria, c'è un piccolo che avrà due giorni di vita. Ripete il suo verso impaurito in attesa di una risposta che non può arrivare.  Cerca di capire chi di noi è la sua mamma. «Girati!» gli urliamo «sono dietro di te». Parole inutili. Insiste, gnu..gnu, due passi verso di noi, poi scappa, finalmente, nella direzione giusta. Non so cosa sia il mal d'Africa, forse ha a che fare con quello che abbiamo appena visto.

 Ultimi attimi di una corsa pazzesca, poi le tre bestie rotolano a terra. Polvere che si alza, muggito disperato, sangue. Due ghepardi abbattono la preda. Iniziano a divorarla  ancora viva.  La testa del felino, dentro al ventre dello gnu, fa si che la l'animale si muova, quasi fosse ancora vivo. Attorno, il pubblico non tarda ad arrivare. I primi sono gli sciacalli. La loro gracilità non incute paura. I due fratelli vorrebbero mangiare senza nessuno attorno. Guardano minacciosi i piccoli cani fregandosene delle loro pretese. Non farebbero la stessa cosa se arrivassero le iene. Dopo dieci minuti si sono talmente rimpinzati che faticano ad alzarsi. La loro linea, normalmente esile, sembra quella di chi si ingozza di hamburger e birra. Gli sciacalli insistono, i ghepardi restano ancora un po', minacciosi, giusto per chiarire chi è il più forte. Finalmente se ne vanno. E' il turno dei canidi, ma non fanno tempo a dare un paio di morsi che il cielo, sulle loro teste, si fa nero. Una ventina di avvoltoi piomba sulla carcassa. Gli sciacalli sanno di non poter resistere a lungo. Alternano morsi al cibo a rincorse  per tenerli a distanza. Gli uccelli diventano un lenzuolo nero impenetrabile.  Un vecchio cameriere con  un' enorme  pappagorgia, si avvicina alla scena. La cicogna marabù ha il becco lungo e diritto. Non è fatto per sminuzzare, così aspetta che gli avvoltoi facciano a pezzi  budelle e intestino per rubaglieli dal becco. 
Non c'è quasi rimasto più nulla. Solo un erbivoro in meno. Eppure se avessero l'istinto omicida dei loro predatori, potrebbero averne facilmente ragione. Potrebbero lanciarsi in massa contro al leone e per lui non ci sarebbe scampo. I bufali a volte lo fanno, ma non sempre. Credo succeda  quando i felini attaccano un figlio, ma il più delle volte guardano incuranti, chissà se vedono un concorrente in meno nella prossima gara per accoppiarsi. Probabilmente, se gli erbivori sterminassero i predatori, sarebbero troppi per una terra già sfruttata oltre il lecito.
Le nuvole se ne sono andate con la stessa velocità con cui sono comparse. Riapriamo il tettuccio. L'acquazzone ha rinfrescato l'aria e cancellato le macchie di sangue attorno a quel che è rimasto dello gnu. C'è un piccolo movimento tra l'erba. Uno stercolario, totalmente disinteressato a ghepardi sciacalli e avvoltoi, rotola la sua pallina.


lunedì 13 gennaio 2020

Gennaio

ZNER


U iè dal zurnedi sun sol cu m'inchenta
alora um ciapa la sfregla e a vag zò ma la paleda
Um pies camnè so e zò te mez a chi vec chi pesca
Sora chi scaranin i per imbalsamed
I se – per senza gnint – sal meni tal bascozi
aventi e indrè sa che vent giaz cum taia la faza.
E mer l'è ancora scur – agited
e sbat sora mi scoi e fa un scaramaz cu m'invurness.
I oc i taca a lacrimè – e nes e gozla
am sugh i murghent si guent, tent un s'incorz nissun.




L'è com a di ma l'inverni - dat na mosa
tod de caz
Me se capot e i calzun long an gni pos ste
Ho da met i pid tla sabia
i se a capes cus cum sfrogla tla penza
e quand ca guerd e mer um per da es du n 'enta perta

GENNAIO

Ci sono delle giornate con un sole che m'incanta
allora mi prende la fregola e vado sulla palata.
Mi piace camminare su e giù tra quei vecchi che pescano
Seduti sugli sgabelli sembrano imbalsamati
Così - senza un motivo - con le mani in tasca
avanti e indietro con quel vento ghiaccio che mi taglia la faccia
Il mare è ancora scuro – agitato
sbatte sopra gli scogli e fa un rumore che mi rintrona.
Gli occhi iniziano a lacrimare – il naso gocciola
mi asciugo il muco coi guanti, tanto non se ne accorge nessuno.


E' come dire all'inverno - datti una mossa
levati dal cazzo
Io col cappotto e i calzoni lunghi non ci posso stare.
Devo mettere i piedi nella sabbia
così capisco cosa mi gira nella pancia
e quando guardo il mare mi sembra di essere da un altra parte.

domenica 1 dicembre 2019

Staremo bene?


Devono essere le sei passate, il sole  appoggiato sul tetto dell'Holiday-Inn, ci regala l'ultima ora di abbronzatura. Le brandine, telecomandate, compiono ancora un quarto di giro per mettersi in linea con quel raggio ormai affievolito. Le nostre no. Noi puntiamo i piedi verso il mare. Una leggera brezza risale tra le gambe fino dentro ai boxer. La pelle lentamente si rinfresca e ringrazia. Gli altri non sanno quello che perdono. Un onda si allunga sulla battigia, lambisce le  mie infradito verdi nascoste sotto al lettino  e se ne torna in mare portandosi via un anno della nostra vita. Appena un attimo e quella successiva ce la riporta. Così abbiamo sempre vent'anni o forse trenta. 
Ci passa accanto un tipo che ha appena terminato di giocare a racchettoni. Si toglie gli occhiali che hanno le stanghette coordinate col grip della racchetta, col cordellino del costume e con l'asciugamano. Lo chiamiamo “Lamento”.  Attacca “pezze” insopportabili. Ha un telo da mare con tascone. Estrae una bottiglia piena di un liquido color acqua opaca, beve una lunga sorsata carica di integratori. Poi controlla di non avere sabbia appiccicata agli addominali, si passa una crema sulla testa pelata, ci guarda. Si stende sopra a un telo nero con mega scritta oro “Gucci”. È deluso. Siamo rimasti immobili, nascosti dietro agli occhiali scuri. Respiro regolare per simulare il sonno. 
 Le “massaggio signole”,  i “vuoi occhiali, accendino, carica batteria”,  gli “aquilonai” e “tatuatori”, ormai non si fermano più. Ci possiamo rilassare.
Abbiamo l'espressione un po' ebete, come quando non sei proprio sveglio, ma neppure dormi.
Una goduria. 
Bagnetto?
Non prenderemo freddo? 
Stiamo poco, il cesso è troppo lontano, non so se ci arrivo. 
Il mare sarà anche un po' sporco, ma è un toccasana per la pelle abbrustolita. Ci pensi a quelli di Vercelli che devono aspettare un anno per vederlo  solo una settimana? 
Due bracciate, al massimo quattro. Restiamo in ammollo con l'acqua all'altezza dell'ombelico.
Bikini variopinti ci passano accanto. Passeggiate anti cellulite prima di andare a cena. Sempre in coppia, come al bagno.
L'acqua è un trucco che le fa sembrare  snelle. Abbozziamo sorrisi. Qualcuna ricambia.
Può bastare.
Usciamo? Si dai sennò ti prendi un frescone. 
Doccetta?
Ovvio.
Subito prima della doccia, seduto sulla poltroncina da regista, il bagnino, occhiali da sole e sorriso coordinato, ci fa un segno di approvazione con la testa. Subito prima della doccia, seduto sulla poltroncina da regista, il figlio del bagnino, occhiali da sole e sorriso coordinato, ci fa un segno di approvazione con la testa. Subito prima della doccia, seduto sulla poltroncina da regista, il nipote del bagnino, occhiali da sole e sorriso coordinato, ci fa un segno di approvazione con la testa. 
Dopo trent'anni di servizio, le righe della sedia da regista sono quasi un ricordo .
Torniamo a riva per stenderci ancora a guardare il mare. Ci entra negli occhi e ci fa appisolare. Sogniamo che sogniamo di sognare, sulla brandina, palle al mare. 
Il vento trasporta un profumo che costringe gli occhi a riaprirsi. Due gambe notevoli ci passano davanti. Portano a spasso un culo con disegni hawaiani che potrebbe competere con una piadina squacquerone e rucola. 
Sette e mezzo otto, dico. 
È l'ora o il voto? Chiede.
Vedi tu. Rispondo. Mentre lo dico mi tolgo gli occhiali. Guardo in direzione di Lamento. Errore fatale.
Si avvicina.
«Il figlio del bagnino ha montato il campo da pallavolo. Dalla parte della strada è mezzo metro più corto, Vi rendete conto! Mezzo metro! E' proprio un incapace. Se suo babbo lo lascia solo, quello muore di fame. Sono due giorni che ci lavora e ha sbagliato di mezzo metro!
Lo guardiamo con attenzione. Fingiamo interesse. Le labbra piegate leggermente all'insù rimarcano la nostra approvazione. Non commentiamo. Difficile, ci vuole esperienza.
Se ne va.
Ci guardiamo compiaciuti. 
Una coppia vicino a noi ha deciso che per oggi può bastare. Lui infila una T-shirt e si butta l'asciugamano azzurro su una spalla. Si incammina. Lei ripone le creme nella borsa di paglia, indossa un pantaloncino bianco, si allaccia i bottoni rossi di una camicetta attillata. Piega il pareo e lo infila nella borsa, si pettina prima di mettere via la spazzola. Le suona il telefono, estrae tutto quello che aveva messo via, prima di trovare il cellulare. Si siede. ”Ciao mamma”. Lui è immobile sulla passerella.
Continueremo  a guardare il passeggio, stagione dopo stagione a inseguire bikini senza smagliature. La vista che cala rende il giudizio meno severo. 
Sarà sempre più dura arrivare fino a riva, bisogna dire al bagnino di fare una pedana mobile. 
L'importante è che stiamo insieme. 
Staremo bene?


venerdì 1 novembre 2019

Novembre

U iè cla nebiulina bagneda
che per clat sporca
I culor i spares e al fazi
li dventa tresti
E per fat a posta per fet capì
che i que l'è mei arivè
piò terd cus po'
Drenta – a cnos piò zenta
che ad fora

Te campsent e fred u t'entra intra gli osi
I dis che mi mort un gn'interesa –
tent in sent piò gnint
Speremma che sia vera
Mu me e giaz um fa tristezza
Za quand ci mort u i è
poc da ste alegri
ut toca sbat e scur
e tant ti po' mov

Me an la capess sta festa
sa tot chi fior e totta cla zenta
chis fa veda una volta a l'an
Mo lor – i mort – in conta miga
e temp cum ca fem nun - magari i è cuntent i sé
Speremma

Novembre

C'è quella nebbiolina bagnata
che sembra ti sporchi
I colori spariscono e le facce
diventano tristi
Sembra fatto a posta per farti capire
che qui è meglio arrivare
più tardi che si può
Dentro conosco più gente che fuori

Nel camposanto il freddo ti entra nelle ossa
Dicono che ai morti non interessa
tanto non sentono più niente.
Speriamo che sia vero
A me il gelo fa tristezza
Già quando sei morto c'è
poco da stare allegri
Devi sopportare il buio
e non ti puoi muovere

Io questa festa non la capisco
con tutti quei fiori e tutta quella gente
che si fa vedere una volta all'anno
Ma loro – i morti – non contano mica
il tempo come facciamo noi- magari sono contenti cosi
Speriamo


lunedì 21 ottobre 2019

Una scelta difficile

Come se mi avessero imbalsamato. 
Le  dita  rattrappite  in uno spasimo di dolore.
Non sento nulla. 
Prima si è irrigidito il mento. Per ultime le ginocchia. 
Me ne sto immobile. 
Devo prendere la decisione più importante della mia vita. Vita non è il termine più appropriato. Sfido chiunque a non essere teso, in una situazione come questa.  
Sono duro come uno stoccafisso. E' normale, sono morto. “ Rigor mortis”:
Nessuna sparatoria, nessun coltello. Non ho avuto un incidente stradale. 
Me lo ricorderei. 
Probabilmente un ictus. Dal buio più totale è emerso qualcosa che non so descrivere. Fluido, quasi liquido. Come la rugiada di marzo sull'erba, quando il calore del sole la trasforma in piccole nuvole di vapore e prende forme curiose. 

“Nella prossima vita sarai un animale, hai ventiquattro ore di tempo per decidere quale”. 

Tutto qui? Una vita di sacrifici, mille difficoltà per tirare avanti, e poi divento una bestia? 
-Non ci sto-, ho urlato. Mi sembrava di urlare. Non può essere. Non si può essere preparati a una cosa del genere. 
Ho fatto ipotesi di ogni tipo. Avrò capito male? Sarà uno scherzo? Forse mi hanno drogato. Sto dormendo e questo è un incubo. E' assurdo.
“Lo sai che sei morto”, dice quello. 
Era l'unica cosa che sapevo. 
-Ventiquattro ore? non sono preparato, mi sembra assurdo. Ho bisogno di parlarne con qualcuno- 
E' stato allora che mi sono irrigidito. Già è difficile accettare di essere morto. Diventare una bestia poi, e dover decidere quale... Puro panico. Panico perché sono morto, terrore di ritrovarmi chiuso in una cassa. Panico perché diventerò una bestia. Sono schizzinoso e ho la fissa per l'igiene. Non me la sento di vivere da animale. 
-Sono un ragioniere, ero un ragioniere- ho detto cercando di prendere tempo.- Sono abituato a fare conti, valutare i rischi, le variabili. Devo documentarmi-
Credo di aver detto molte altre stupidaggini, ma bisogna capirmi,  non ero lucido.
“Non ti è concesso”, mi ha risposto. La voce è perfetta, nessun accento, nessuna cadenza, sicura di quel che dice. Impossibile non crederle. 
All'improvviso diventa tutto logico. Ma non so spiegarlo. So solo che è tutto normale, come respirare, come vivere, come morire. E' stato come tornare bambino, quando non hai motivo per dubitare di quello che dicono i grandi. E' così e basta. 
-Allora è questo il destino degli uomini- dico.
“Questo è il tuo destino”, risponde. 
-Mio padre cosa è diventato? E mia madre?- 
“Sono termini privi di significato” dice “Qua non ci sono né padre né madre. Ci sei solo tu. Appena avrai deciso, diventerai quello che scegli e dimenticherai tutto”. 
-Funziona così? Ogni volta che uno muore, rinasce in un altro corpo? Sempre bestie o c'è la possibilità di ritornare umani?-
“Questo è il tuo destino adesso. Non esiste nessun “ogni volta. Può succedere ancora, come no. Può anche finire tutto”. 
-E chi lo decide?-
“Tu” risponde. “Sei l'artefice del tuo destino”. 
-Ti rendi conto che responsabilità mi devo prendere? Non ho scelto come nascere, né dove, né quando. Ci devo ragionare. Se sbaglio, mi par di capire, non c'è possibilità di cambiare- 
“Esatto”. 
-Cosa succede se, al termine delle ventiquattro ore, non ho ancora deciso?-
“Insetti” risponde. “Sono molti quelli che non vogliono prendere una decisione. Diventano insetti”. 
-Non se ne parla, mi fanno schifo. Fanno una vita terribile. Strisciano. Sono il nutrimento di una quantità infinita di altre bestie. 
Con la sfortuna che ho, diventerò uno stercorario. Passerò il mio tempo a ruzzolare palline di merda- 
“Allora decidi in fretta”, mi dice, e sparisce. 
Dove sei?- urlo, -Ho paura a restare solo!- 
Riappare. “Va bene, calmati, rimango qui, ma devi fare in fretta”.
Allora succede una cosa strana. La nuvola mi avvolge e diventiamo una cosa sola. Parlo, anzi penso, e mi rispondo. Quando ero vivo facevo la stessa cosa, ma le domande allora non avevano risposte. O meglio, mi rispondevo con altre domande, e i dubbi aumentavano. Ora mi arrivano chiare. Mi sento bene. Non ho più paura. Tutto mi appare logico. Resta la difficoltà di fare questa scelta pazzesca. Ho sempre sognato di volare.... Dunque, un animale... Caratteristiche, vita media, clima, dovrei documentarmi. 
“Sbrigati”. 
-Ho capito, non mettermi fretta, stiamo parlando della mia vita.
Ci sono. 
Scelgo un felino, il re della foresta...è il migliore. Avrò un branco di leonesse al mio servizio, mangiare e dormire, mica male. Però il leopardo è più bello. O il ghepardo, così elegante e veloce. Posso decidere anche il sesso?-
“No”. 
-Forse è meglio la tigre, ho sempre desiderato vivere in Asia, è così mistica. Tu che ne pensi?- 
“Non so che benefici ne avrai, da tigre. Comunque, se va bene a te... Hai deciso? Tigre?“
“C'è il problema del cibo”. 
“Cioè? “ 
-Sono tutti carnivori, per mangiare cacciano e uccidono. Sono contro qualsiasi forma di violenza.  Voglio essere vegetariano- 
“Erbivoro, precisa quello”. 
-Scartiamo i pachidermi. Odio il grasso. Poi, sai che noia, tutto il giorno a mangiare quintali di erba. Anche la giraffa non fa al caso mio. Soffro di artrosi cervicale. La zebra sembra un cavallo, ma è meno elegante- 
“Allora vuoi essere un cavallo?”
-Neanche morto, sempre con qualcuno sulla schiena. 
Non so cosa scegliere. Il cinghiale non mi piace. E' come un maiale, ma negro- 
“Cos'hai contro i negri?” 
-Niente- rispondo. -Ma non si può dire che abbiano una vita facile. 
Ci sarebbe la gazzella. Ma con quella storia che tutte le mattine devono cominciare a correre per sfuggire al leone..sai che stress. Comunque le corna non le voglio. Non voglio fare a capocciate, ogni volta che mi va di fidanzarmi-
“Guarda che sei morto da quindici ore,  se continui così finirai insetto”. 
-Ho ancora nove ore,  non distrarmi. E poi scusa, se sono morto, come lo misuri il tempo?-
“Sei morto tu, mica l'universo. Tutto gira a meraviglia. Tu eri meno utile di un granello di sabbia”. 
-Che fregatura, avevo ancora un sacco di cose da fare- 
“Veramente, la tua è una delle vite più noiose che io ricordi. Non hai mai fatto nulla di importante, avevi paura persino di chiedere un permesso al tuo capufficio. 
-Beh, la vita è dura,  ma avevo un sacco di idee. Prima o poi l'avrei mandato a quel paese, quello! 
Già, la mia vita. Le cose che non ho fatto, lo sport abbandonato troppo presto. I viaggi che avrei potuto fare, le donne che non ho avuto il coraggio di amare- 
“Esatto, non hai fatto nulla di interessante. La tua è stata una vita sprecata”. 
-Diventare una bestia è una punizione?”
“Diciamo che è una ricollocazione adeguata”.  
Non vorrei dimenticarne qualcuno, devo fare una specie di scansione mentale. I pesci li scarterei in massa. Non voglio vivere sott'acqua. Amo la conversazione. Non c'è un rifugio, un posto in cui riposare. Sono cannibali. 
-Non puoi proprio darmi informazioni su qualcuno che conosco? Solo per curiosità. Mia zia Antonia, per esempio, aveva la fissa per le pellicce. E' diventata un visone? E suo marito?, non ha mai deciso nulla in tutta la vita. Ora sarà un insetto. Era dispettoso. Sarà una zanzara- 
“Finiscila. A cosa ti serve ripensare al passato?” 
-Credo che qualcosa rimarrà, nella prossima vita. Hai presente i dejà vu? Ci ho beccato? Non rispondi? Allora ci ho preso. Mia mamma sarà di certo un gatto e il babbo un cane lupo. Si sono azzuffati tutta la vita- 
“Cos'hai da ridere?” 
-Non rido”, rispondo, “è il rigor mortis- 
“Sei morto  e hai voglia di fare lo spiritoso?”
-Hai ragione, è che mi stanno venendo in mente un sacco di persone che assomigliano a bestie. Significa che lo erano, nella vita precedente?- 
“Il tuo tempo sta scadendo, diventerai un verme”. 
“Ok, ci sono. Voglio essere uno scoiattolo. 
Fanno una bella vita. Sono simpatici, veloci e si arrampicano ovunque. Dalla cima degli alberi si vede un panorama stupendo. 
Dovrò guardarmi dalle volpi e dai falchi, ma penso di farcela. Adoro la frutta secca, ne potrò mangiare a volontà. Gli scoiattoli hanno problemi di colesterolo?-  
“Procediamo?” 
-Si ,voglio essere Cip. No Ciop- 
“Cosa dici?” strilla quello “Cosa c'entrano Cip e Ciop. Sono cartoni animati, qui parliamo di vita vera”. 
“Lo so, ma Ciop tende a ingrassare. Non puoi farmi come Cip?- 
“Va bene, va bene, basta che la finiamo qui. Dimmi solo una cosa, prima che ti trasformi in scoiattolo. Mi hai detto che il tuo sogno più grande è quello di volare, non sarebbe meglio un'aquila o che so, una rondine?”
-Quella è la mia fantasia. Che vita sarebbe se non avessi più neppure un sogno? Perché mi guardi male?-
“Paura e vanità” dice “buona fortuna Cip!”
“ Non capisco, devo cambiare?”
“ No”.

Re-set.

Non è stato facile, ma devo riconoscere che faccio una bella vita. Certo, il fisico mi ha aiutato. Sono un fascio di muscoli. Riflessi fenomenali e capacità acrobatiche superiori alla media. 
Vedo l'invidia negli occhi dei miei coetanei, ma io  non passo il tempo a mangiare e dormire. 
Sono il numero uno. 
Ho amici che hanno paura di tutto. Pronti a nascondersi al primo rumore. Che vita è? 
Io adoro correre, questi percorsi a ostacoli sono pura adrenalina.  
Gimcana tra gli alberi, salto del ruscello, arrampicata.  

All'improvviso mi sento mancare. Strano non mi era mai successo. Mi devo fermare. 
Sono rigido come uno stoccafisso. 
“E' normale, dice una voce, sei morto. Lo sai vero?” 
-Certo che lo so, rispondo, non sono mica scemo- 
“Allora perché ridi?”
-Non sto ridendo, è il rigor mortis-
“Hai ventiquattro ore di tempo per decidere cosa vuoi essere, nella  prossima vita”. 
-Dici sul serio?- 
“Certo, risponde quello, io non scherzo mai”.
-E' una cosa meravigliosa!!! Non mi serve tutto quel tempo, non vedo l'ora di ricominciare- 
“Bene, allora cosa scegli?” 
-Facile, ho sempre sognato di volare. Voglio essere un' aquila- 
Guarda che puoi scegliere ciò che vuoi. Non preferiresti essere umano?” 
-Gli uomini  sono la razza peggiore. Goffi come i pinguini e più matti dei canguri. Non hanno  idea di cosa sia la libertà. Si fanno un sacco di problemi, sono fragili, cagionevoli e quasi sempre arrabbiati. No grazie- 
“La vita  di un uomo è spesso complicata, dice quello, ma è interessante proprio per questo”. 
.Non capisco cosa ci sia di complicato,  io ho avuto una vita splendida. 
Certo me la sono dovuta guadagnare. Mi davo da fare ogni giorno per mettere da parte quello che mi serviva. Avevo scorte distribuite in posti diversi. Vita sana con la giusta attenzione. 
Sai i pericoli sono ovunque, ma anche un tronco per sfuggire a una volpe o rami fitti per nascondersi alle vista di un falco non sono difficili da raggiungere. 
“Avevi successo con le femmine?”  
-Le rincorrevo con due nocciole in mano e, mentre quella si riempiva la pancia, la accarezzavo  con la coda. Non per vantarmi, ma avevo una coda splendida. Nera, con una lunga riga bianca al centro. Praticamente irresistibile. Dai sbrigati, voglio essere un'aquila- 
“Stai calmo, c'è ancora  tempo. Voglio raccontarti una storia: qualche anno fa ho incontrato un uomo. La sua era stata una vita quasi inutile. Nessuna emozione, pochi progetti”. 
-Perché me la racconti? Sai quanti scoiattoli ho conosciuto che hanno fatto la stessa vita?- 
“Faceva un lavoro noioso, senza soddisfazione. Si accontentava di sognare. Ore chiuso in casa a fantasticare di  essere un super eroe. Fisico d'acciaio e  grandi ali con cui volava a salvare il mondo. 
Ma non ha avuto il coraggio di abbandonare quel poco che aveva per inseguire il  sogno. 
Quando è arrivata la sua ora, ha avuto una nuova possibilità. Avrebbe potuto diventare un leone, ma ha scelto lo scoiattolo. È diventato un  vero capo, rispettato e amato. Non credi che, dopo questa esperienza, saprebbe cosa fare anche da uomo?” 
-Paradiso, guerre in nome della religione, vestiti ridicoli. Credono di essere la razza dominante, ma le tartarughe c'erano prima di loro ed è probabile che gli sopravviveranno.  La vita umana è più importante delle altre solo se sei un uomo. Se avessero ragione, tu non saresti qui- 
“Allora hai deciso?” 
-Sì- rispondo -Gli uomini mi hanno procurato solo fastidi e pericoli. Preferiscono il cemento agli alberi. Voglio una vita che non so immaginare. Con tutto quello che c'è di meraviglioso nel mondo,  tu andresti in vacanza due volte nello stesso posto?- 
“Un'ultima domanda, dice quello. Volare è il tuo sogno, se lo realizzi cosa ti resta?” 
Adesso non è più il rigor mortis a tirarmi la bocca di lato. Sto proprio ridendo. 
-Mi tufferò in picchiata da duemila metri e sognerò ancora-


martedì 8 ottobre 2019

La fretta

Proverbi di gatti non vedenti. Di chi va piano...Il logorio della vita moderna si combatte bevendo carciofi. 
La smania di concludere in fretta è un disegno Divino.

L'estate è una stagione meravigliosa! Fiori, profumi, biciclette, scooter, infradito, cocomero, vacanze! Ragazze che vanno in giro mezze nude. 
Ti credi infallibile...
E le zanzare?

L'acqua. Senza non si vive.  
Il mare, le sorgenti, i ghiacciai, i laghi. Fotografie fantastiche! 
La doccia cancella il cattivo odore... La puzza non è un'invenzione Divina.
Dighe, rubinetti, tubi. Materiali inquinanti. 
La pioggia  ispira i poeti. Serve. Irrigare i campi, riempire i laghi. Ombrelli, abiti pesanti, raffreddore. 
Cade dal cielo. Mah. Colpa del governo. Potrebbe salire da sotto. Quanto basta. Poi basta. 
I fiori non camminano. Le bestie sì. Discriminazione incomprensibile.  
L'uomo idrorepellente. Sarebbe una soluzione Divina.
Dettagli. Le donne hanno pazienza. Le femmine guardano i particolari. Forse ti ci voleva una moglie.
L'uomo e la donna. Esperimenti di laboratorio. Non ce n'è uno uguale all'altro. Meglio fare prima gli animali. 
Mai visto un leone col fisico di una giraffa. 
Il libero arbitrio. Lasciamo perdere.

L'amore! Una mela al giorno! La prima era velenosa. Biancaneve si è svegliata. Una correzione al progetto?
Garantire la continuazione della specie. Metodo Divino. 
Gli sguardi, il corteggiamento, i primi appuntamenti, una cena galante. 
Un po' dispendioso, ma ne vale la pena. Il primo bacio, la testa che gira, lo stupore. I feromoni! Che nome del cazzo... 
Fiori e regali per fugare ogni dubbio.
Farfalle nello stomaco... Fine dei tentennamenti, delle ritrosie, dei forse. 
Ansia da prestazione! Potevi evitare...
Tuo figlio. Maria Maddalena. Suggerimenti ignorati.
La Trinità. Potevi farti aiutare.

Il mondo in sette giorni. Una smargiassata assurda.

Le malattie e la morte. Discorso lungo. Beviamo un caffè?

giovedì 3 ottobre 2019

Ottobre

                                                                   Utobri
La sabia adess l'è giaza
e sora un gnè piò gnint
l'è com un camp ared
cl'aspeta un'elta insteda
premma da butè fora
i frot chi s'è masè



I prem frischin it
met cla fema clat fa 
vni voia d'andè in campagna
Al foi ruznidi dla vegna
lit dis clè ora de vein nov
mo i baghin chi è  dvintè bei gras 
i n'à miga capì l'aria cla tira

La sabbia adesso è fredda
e sopra non c'è più niente
è come un campo arato
che aspetta un'altra estate
prima di buttar fuori
i frutti che si sono nascosti

I primi freschini ti
mettono quella fame che  fa
venire voglia di andare in campagna
Le foglie arrugginite della vigna
ti dicono che è ora del vino nuovo
ma i maiali  che sono  diventati belli grassi
non hanno mica capito l'aria che tira




La schiuma del cappuccino

PREFAZIONE di Lia Celi La fluidità di genere non è solo prerogativa dell’identità umana contemporanea quando contempla un percorso di vita d...